mercoledì 9 marzo 2022

Clov - Every love story is a death story

Etichetta: I Dischi del Minollo, Hysm?
Genere: lo-fi pop

Every love story is a death story è un concept album che cerca di raccontare la consueta e ordinaria evoluzione di una relazione amorosa: l’infatuazione iniziale dove prevale l’attrazione fisica e chimica tra due soggetti; l’innamoramento in cui si approfondisce la conoscenza reciproca; la differenziazione e la disillusione che porta a vedere la persona per ciò che realmente è; l’inevitabile fine col suo dolore del distacco ed il senso di perdita.
Il disco è stato interamente registrato in casa ed ha visto la collaborazione di numerosi compagni di suonate che hanno impreziosito i brani con violini eterei, sassofoni spezzettati e poi ricomposti, batterie e percussioni intense, tenacia e pazienza. L’album si caratterizza come un lo-fi pieno di chitarre distorte, synth e rumoracci, meno industrial rispetto ai lavori che lo hanno preceduto ma comunque fedele al noise, con più psichedelia, ballate sintetiche e melodie pop non convenzionali.
E comunque è tutta musica folk.


Clov è il progetto solista di Piero Prudenzano, un manipolatore di suoni che accompagna le armonie tipiche di una chitarra, un basso o un sintetizzatore, con vibrazioni più sperimentali create da oggetti, giocattoli modificati e registrazioni in strada.
Inizia a suonare la chitarra fin da giovane collaborando con gruppi punk del tarantino, band caratterizzate da un approccio selvaggio, energico e minimale alla musica. In seguito si avvicina al circuit bending, pratica atta ad alterare in maniera creativa e tramite semplici cortocircuiti, dispositivi e apparecchi elettronici, soprattutto vecchi giocattoli. L’intento è quello di estrapolare da essi suoni inediti, creare nuovi strumenti musicali e bizzarri generatori di suono.
Questa sperimentazione e ricerca di nuove soluzioni soniche, l’utilizzo del “guasto” che genera novità e apre a percorsi creativi inediti ed affascinanti, porta alla registrazione del primo lavoro solista nel 2009. This is not Woodstock è un disco minimale che recupera sonorità kraut con innesti di industrial anni ‘80: da una parte i Neu! con il loro cosmico ed indecifrabile sound e dall’altra le oscure miscele apocalittiche dei lavori dei Nurse with wound.
Nel 2012 fonda, insieme all’amico Stefano Spataro (Hysm?, Solquest), il duo avant-rock La sedia di Wittgenstein, progetto dedicato a Ludwing Wittgenstein, personaggio divertente della logica, ispiratore e guru dell’arredamento contemporaneo. Dopo una serie di concerti in Italia e oltralpe esce l’Ep omonimo, un condensato di chitarre distorte che si mescolano a registrazioni lo-fi, circuit bending, arie di musica lirica: un’improvvisazione tra sogno, psichedelia e rumori.
L’irrequietezza da smanettone lo riavvicinano alle esplorazioni e sperimentazioni sonore, alla ricerca di imperfezioni uniche, glitch poetici e deliri arbitrari. Da questi “difetti” nasce It’s all fun and games until someone loses an eye. Il secondo lavoro continua sulla linea noise e lo-fi del precedente ma strizzando l’occhio ad armonie smaccatamente pop, dando vita a musica formata più da mani ed emozioni umane che non da giocattoli rotti, field recordings, casse scassate e ring modulator.

domenica 16 febbraio 2020

Red Mishima - Red Mishima

Etichetta: Swiss Dark Nights
Genere: dark wave

L’associazione in un’unica immagine di due termini che rinviano a sensazioni distinte, a sfere sensoriali diverse (come rispettivamente udito e tatto, olfatto e gusto, e così via), che unisce musica e immagine, viene chiamato legame sinestetico. Immergersi in un suono, soprattutto se ad alto volume, lo rende corporeo, percepibile.
Questa liaison ha da sempre suggestionato e ammaliato i musicisti.
Basti pensare al compositore francese Claude Debussy che, fra il 1901 e il 1907, compose la serie di suite per pianoforte chiamate Images, immagini appunto, che lo portarono ad essere definito un impressionista, come gli esponenti della corrente pittorica.
Con l’avvento del supporto fisico che accompagna la musica, il rapporto tra queste due arti si è andato ancora di più contaminando fino a diventare un vero e proprio rapporto funzionale: l’arte diventa applicazione della musica e la band la rappresentazione musicale dell’arte e delle installazioni dell’artista (la banana di Warhol, l’uomo in fiamme di Wish you were here, o la copertina-manifesto di Go2 degli XTC).
Così le immagini possono immortalare l’essenza di un genere e la sua rappresentazione, eternare un’icona promuovendola a mito, o slegarsi in maniera violenta dalla musica.
A volte si ha l’illusione di conoscere il contenuto del disco solo guardandone la copertina.
Come con questo primo lavoro dei Red Mishima pubblicato per la Swiss Dark Nights il giorno del mio 35esimo compleanno.
Un fiore rosso che è un’esplosione di quiete, disturbata e controllata (come il seppuku, il rito giapponese scelto da Mishima il 25 novembre 1970 come gesto di lotta contro l’occidentalizzazione del Giappone) che ci offre lo spunto per immaginare, accompagnati dalla musica della band bolognese, l’istante stesso in cui quel disco ha suonato per la prima volta.
L’album si apre con Oblivion, una cavalcata dark con un velo di malinconia che senti sincera, per poi sfociare in una rabbia che sembra implodere, soffocata tra i denti (Tomorrow’s death e Marion). Attitudine per suoni spigolosi, voce dolce e distante sommersa da strati di chitarre stranianti e volubili, nervose bizze elettriche e una grande passione per la melodia (Beyond the mirror, Crystal forest), ossessioni più che canzoni d’amore (Seppuku of love) e interessanti tessiture strumentali, tonalità cupe, spettrali, drammatiche e marziali attraversano questo loro lavoro.

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domenica 19 gennaio 2020

The Junction – Dive


Etichetta: Dischi soviet studio
Genere: punk rock, garage

Terzo disco della band padovana (dopo Let me out! del 2012 e Hardcore summer hits del 2015) e un manifesto di intenti portato avanti sin dal primo lavoro. Un disco che entra a gamba tesa in quel filone garage-punk d’oltreoceano che guarda spudoratamente agli anni ’90 e sembra non volersi esaurire.
Dive propone un suono attuale ma fatto di roba vecchia come chitarre con enormi fuzz e distorsioni, grossi amplificatori valvolari e batteria maltrattata, per un suono squisitamente sporco, aggressivo e storto (l’iniziale Die alright e Bombay movie fra tutte).
Un album decisamente ispirato, con una inarrestabile capacità di unire suoni, rumori e nervosismo ritmico con una naturalissima facilità per la melodia. Il suono marcio delle chitarre la fa da padrone in Far away, tensioni positive e scanzonate di Try something new e Lost in the middle east si alternano al piglio decisamente britpop di Crazy o Dive.
Il taglio punk rock delle ritmiche viene spinto al massimo in chiusura (The widow) come se dal coinvolgimento fisico del pubblico dipendesse un più intenso coinvolgimento mentale. L’impatto è forte e vien voglia di vederli sprigionare dal vivo la loro impetuosa energia.
Un album che sicuramente gli amanti del garage apprezzeranno.


domenica 12 gennaio 2020

TSbluesone – ‘Na spiranza


Etichetta: Dcave records
Genere: sicilian electro-blues

Devo dire che con questa produzione la Dcave records (che avevamo conosciuto anni fa con Samuela Schilirò) si è davvero superata. TSbluesone, affiancato da Daniele Grasso come produttore e arrangiatore, travalica l’abusato concetto di blues che si rivela limitato nel suo caso. La varietà di suoni ed i forti innesti elettronici ci regalano una grande ricchezza ritmica e sonora, una sensibilità poetica e, a tratti, una profonda malinconia commista a dolcezza.
Antonio Spina, siciliano, rivela nel suo stile, influenzato dal blues e in cui traspaiono gli esordi nel rhythm’n’blues, una personalità decisamente spiccata: all'occorrenza improvvisatore sciolto, il chitarrista evidenzia anche una vena allucinata non di maniera e di gran fascino.
Musica nuda e malinconica, che parla di strade percorse e da percorrere, di una terra e di un popolo che, per citare Marx ed Engels, ha “sofferto in modo terribile per la schiavitù, le conquiste e le oppressioni straniere”.
Una raccolta di otto pezzi che rappresentano la diretta connessione di TSbluesone con il blues del Delta.

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venerdì 21 giugno 2019

Jalan Nx X Sara Legaspi - Troppo lento


Etichetta: autoprodotto
Genere: elettronica, hip hop

L’elettronica ruvida e dura e la voce sicura e calda che aprono questo disco, con Blu colore d’immenso, racchiudono le due anime di questo disco. Quella di Jalan Nx, robusta, ritmica, figlia dell’hip-hop e con qualche ricordo in casa Morr music, e quella di Sara Legaspi, pop, dolce, sognante e malinconica. L’utilizzo di un’elettronica fatta da muri di synth, ritmiche che incalzano lente e potenti, convive con un’armonia nuda e liscia, ispirata, che si muove su trame semplici ma fitte.
Duale è l’aggettivo che più si adatta a quest’album: un disco che sa di città, di strada, ma anche di stanze dove cercare e trovare pace, dove quello che succede fuori arriva ovattato. Immagina due colori, due valori o punti di vista diversi ma complementari e falli suonare insieme. Questo è Troppo lento.


mercoledì 19 giugno 2019

Tuaprinz - Alûa?

Etichetta: autoprodotto
Genere: conscious rap

Un ritorno sulla scena dei Tuaprinz che è una ventata, anzi un uragano di novità.
Lascia sbalorditi questo disco del gruppo genovese, soprattutto per me che non sono un grande ascoltatore del genere, che dopo più di 20 anni di militanza hanno costruito, forse, la prova della maturità. Alûa? è frutto di una forte crescita interiore, consapevolezza dello schifo che stiamo vivendo, dell’avanzata sempre meno celata del fascismo e della voglia di contrastarla, fosse anche solo con una manciata di canzoni, va bene tutto pur di non rimanere in silenzio.
Testi importanti, in bilico tra impegno sociale e dolore umano, lotta e solitudine, in forte contrasto con questa massa di cantautori uniformi e monotoni che salmodiano i loro slogan che spesso fanno alzare il pugno ma, ancora più spesso, passano solo superficialmente.
Ma non è solo una questione di idee espresse, ma anche di sound. Un suono fedele ai classici standard del genere e contaminato, in senso positivo, dal pop: un calderone di composizioni ottimamente realizzate.
Potenzialmente suggerito a tutti, perché può piacere a tutti, sia a chi lo ascolta per il suono trascinante sia a chi dà un’occhiata ai testi: sarà costretto a riflettere.


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martedì 28 maggio 2019

Sicko - Sicko

Etichetta: autoprodotto
Genere: alternativo, grunge, rock

Quando ho ricevuto questo disco ho subito pensato ad un grande ritorno dei Sicko, punk band di Seattle attiva negli anni ’90. Ho messo su il cd a gran volume e mi sono stupito del sound così moderno nonostante i richiami e gli evidenti legami con band seminali per il grunge e lo stoner come Meat Puppets, Kyuss e tutto ciò che di buono è venuto fuori dalla famosa cittadina nello stato di Washington. Però c’era qualcosa di sospetto, possibile che i Sicko abbiano abbandonato quel punk old school che li ha resi così (brevemente) famosi una ventina di anni fa? Possibile abbiano abbandonato quelle sonorità grezze, i pochi accordi potenti e distorti, i ritmi martellanti e ripetitivi?
Una ricerca veloce e svelato l’arcano. 
Questi Sicko provengono da un posto dove piove sempre a più di 9000km dalla cittadina americana. E questo loro primo lavoro è stravolgente quanto un ritorno inaspettato dei Sicko, quegli altri.
Chitarre distorte, rabbiose, ruvidamente valvolari, sono accompagnate da ritmiche potenti e martellanti, bassi profondi, voci graffianti e riff cattivi come da copione. Un disco sempre tiratissimo e carico di energia, con efficaci linee melodiche, citazioni e referenzialità.
Assolutamente da ascoltare se vi manca, tra gli altri, Chris Cornell.


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martedì 14 maggio 2019

Surikate - Don't listen and drive!

Etichetta: autoprodotto
Genere: stoner, grunge, punk-rock

I suricati sono delle piccole manguste grandi al massimo 30cm (coda esclusa) tipiche dell’Africa meridionale. Siccome la mia conoscenza di questo simpatico animaletto si limita a questo e non conoscendo la statura del trio veneto, suppongo che la scelta del nome non sia un riferimento alla lunghezza verticale di questi mammiferi. Così inizio la mia ricerca consultando Wikipedia e la pila di National Geographic ammuffiti che i miei vicini hanno lasciato su una graziosa libreria sul pianerottolo del mio palazzo, mentre Don’t listen and drive! esplode dalle casse e martella sui muri (per la gioia dei suddetti vicini). Scopro che i suricati sono animali che vivono in gruppi molto spesso guidati dalle femmine della specie (fanculo Pillon), queste coordinano i lavori per scavare tane e cunicoli, procacciare cibo, gestire i turni di “babysitting”, un compito durissimo che le porta a non mangiare anche per 24 ore e, in caso di pericolo, sacrificare la propria vita per salvare i cuccioli.
Un animale cazzutissimo e iperattivo capace anche di ingaggiare lotte sanguinose contro altri animali o “gang rivali”. Hardcore puro.
Nomen omen direi, ascoltando questo disco.
Ogni brano dei Surikate ha qualche trovata che lo rende intrigante (come la vita degli animaletti) pur mantenendo una forma facilmente riconoscibile e riconducibile ad un genere stabilito, scavando cunicoli nell’underground noise ma tornando su una familiare e “tranquillizzante” scossa stoner. Una miscela di colpi, spinte e strattonamenti, che danno forma a quanto spesso si vorrebbe definire morto, schiacciato dall’indie mainstream ed i suoi fottuti artisti tutti uguali.
L’album scorre e non mi sorprendo quasi più della forza e della creatività sprigionata da questo trio, resto in attesa dell’ennesimo brano pugnoinfaccia che puntualmente arriva. E mi piace questa manciata di energia lanciata sull’ascoltatore.
Suonare al massimo volume, suggerivano un tempo alcuni album di musica rock. Fareste bene a fare lo stesso oggi.

martedì 12 febbraio 2019

Lamarea - Respiro

Etichetta: The kids are alright records
Genere: pop rock

Respiro è un caleidoscopio di suoni e generi differenti dove, brano dopo brano, vengono fuori le diverse fonti di ispirazione di questi ragazzi toscani.
Un disco che inizia fortemente ancorato alle tradizioni pop italiane (Respiro, Ogni parte di me, Castelli di carta), per virare e alternarsi rapidamente con riff di stampo rock anni ’90 (Un taglio netto, Le tue parole).
Quando si pensa di aver inquadrato la band in un qualche genere musicale, ecco arrivare Un gioco di specchi e Noi che a far crollare il tutto, a farci chiedere se quelli che stiamo ascoltando sono sempre gli stessi ragazzi di qualche attimo fa. Qui il sound vira decisamente verso ritmi scanzonati e catchy à la page, che ricordano tanto i Bloc Party o gli Editors.
Una manciata di brani ispirati, arrangiati con gusto e suonati con energia.


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Il gigante - La rivolta del perdente

Etichetta: Jap records
Genere: rock harcore

L’essenza della musica de Il gigante si svela in un rock distorto e contundente, tiratissimo e pieno d’energia. Questi ragazzi di Foligno sono riusciti a impastare una miscela fresca e divertente di stoner, punk e garage, infilando sanguigni blues da un riff e via, sfoggiando un’interessante varietà ritmica. 
Arrabbiati quanto basta e dove serve, senza esagerazioni, si presentano sulla fantomatica scena indipendente italiana con un disco ben suonato e curato, che ha il suo episodio migliore in Allora suona tu e Nagaraya (per i nostalgici dei bei tempi degli One dimensional man). Bella e inaspettata l’intima La rivolta del perdente, un vero pugno nello stomaco.

Una scheggia hardcore nella merda post Sanremo.


venerdì 1 febbraio 2019

Dissociative - Ice cream

Etichetta: Norway Records
Genere: pop-punk, punk-rock

I Dissociative vengono Liariis di Ovaro, montagne dell’alto Friuli, e dopo due cd ed una serie di concerti in Italia e all’estero, pubblicano questo nuovo lavoro. 
Ice cream ci fa scoprire una bella band dal suono sporco, saturo nelle chitarre, crudo ed efficiente nelle ritmiche, denso e sanguigno nel mischiare pochi strumenti. Dentro la musica di questo duo (Alessandro De Cecco chitarra e voce, Jessica Bortoluzzi batteria) ci trovi anche l’energia del punk, la grinta pop-punk californiana ed il miglior istinto rock.
Pochi accordi di chitarra, batteria ruspante e melodia sempre molto chiara, sputata tra mille parole. Ogni brano ha qualche trovata che lo rende interessante, pur mantenendo una familiare e tranquillizzante forma-canzone.
Una garage band con un suono datato ma sempre molto cool.


giovedì 22 novembre 2018

Stefano Lentini - Fury

Etichetta: Coloora Rec
Genere: alt-classic

Il compositore romano è una figura decisamente originale nel panorama contemporaneo. La sua musica percorre un crinale tortuoso fra minimalismo e pop, classica e avanguardia, forte dell’eredità di Michael Nyman e Philip Glass senza però sovrapporsi a nessuno dei due. Parente stretto di progetti come Penguin cafè orchestra e Mogwai, con un pizzico di Tuxedomoon, ma anche qui senza invadere il campo di nessuno.
In Fury, Stefano Lentini suona chitarra classica e acustica, basso, piano, tastiere e percussioni, mescolando suoni campionati, orchestre e cori, il tutto con encomiabile coraggio e risultati strepitosi. Questo nuovo disco, seppur in cerca di sapori inediti, riprende timbri e melodie di sempre, le amalgama con soluzioni sperimentali ed espedienti popolari, per una miscela stupefacente, inedita e inconsueta, almeno da queste parti del mondo sonoro.
Oltre alle pregevoli composizioni, Stefano Lentini esibisce la sua capacità di non adagiarsi su una formula ma di offrire di brano in brano situazioni diverse e sempre convincenti.


lunedì 19 novembre 2018

The Di Maggio connection - Rowdy

Etichetta: Thunderball rec
Genere: rock'n'roll


Io sono uno che odia le feste di compleanno così ho escogitato questo infallibile metodo per evitarle: dato che molti cd che mi arrivano a casa e sui quali dovrei scrivere qualcosina non mi piacciono molto, anzi son album o gruppi che mai e poi mai riascolterò nella vita, con una serie di giri di parole e pantagruelici elogi, li riciclo come regali ai compleanni dei miei amici spacciandoli per musica ricercata dell’underground emergente italiano. Questa strategia impeccabile mi sta portando, lentamente, a raggiungere il mio scopo. Il tutto però comporta anche il rischio di restare senza amici. Ma vabbè, è il rischio della scommessa.
Però, a volte, arrivano queste buste gialle contenenti piccoli gioielli e Rowdy dei The Di Maggio connection è uno di quelli. Non solo non regalerò a nessuno questo disco ma molto probabilmente domani andrò ad iscrivermi al gruppo di rockabillisti anonimi presente qui a Bologna, metterò su questo cd e costringerò tutti a ballare fino all’alba. O finchè non mi menano. Perché Rowdy è un album con una sola grande intenzione: trasmetterti un’energia pazzesca e portarti a muovere la parte posteriore del bacino (o chiappe, culo, deretano, didietro, fondoschiena, glutei, mappamondo, natiche, paniere, posteriore, tafanario) fino a svenire.
Il trio, composto da Matteo Giannetti al basso, Marco Barsanti alla batteria e, ovviamente, Marco Di Maggio alla voce e chitarra, ti rapiscono col fascino del loro sound suggestivo e tirato, scontro fra gli elementi, strutture di rara eleganza, potenza ritmica ed originalità di espressione decisamente non comuni.
Per avere un’idea del sound immaginate una cena a casa di Tarantino con Johnny Cash a fumare rabbioso alla finestra, Elvis ed Eddie Cochran che fanno i piacioni con Sister Rosetta Tharpe mentre Clem Sacco imita le smorfie di Jerry Lewis per distrarre un disforico Gene Vincent.
Link Wray è in ritardo ma ha chiamato e sta per arrivare.


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lunedì 22 ottobre 2018

Valente - Il blu di ieri

Etichetta: Dischi Soviet Studio
Genere: new wave

Fosse stato un disco di David Bowie, Il blu di ieri si sarebbe potuto piazzare, per continuità musicale, tra Reality e The next day a colmare quei 10 anni di vuoto lasciati dal Duca Bianco.
Valente crea così un disco ragionato, attraente, con il giusto mix di testi e melodie, con pezzi dal sapore puramente commerciale e altri più tirati e maturi. 
Un lavoro in cui non sembra esserci un brano musicale predominante, anzi, l’intera produzione scorre piacevolmente tra ritornelli azzeccati, sospensioni, ripartenze emotive. 
Per tutti gli amanti della new wave, Il blu di ieri è un’entità sonora senza paragoni.


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mercoledì 10 ottobre 2018

Sinfonico Honolulu - Thousand souls of revolution

Etichetta: autoprodotto
Genere: rock ukulele

Mettere otto musicisti insieme e sette dei quali con un ukulele in mano è sempre un gran rischio, c’è costantemente il pericolo della sindrome da chitarra da spiaggia (e non mi riferisco al fatto che dopo due ore ci si ritrova tutti a limonare tranne chi suona la chitarra, true story).
Ma l’eventualità di subire un danno connessa a circostanze più o meno prevedibili, il suddetto rischio appunto, viene assolutamente meno in questo Thousand souls of revolution, dove i Sinfonico Honolulu apprendono con profitto le migliori lezioni della Ukulele Orchestra of Great Britain, assimilano una dozzina di pezzi della migliore tradizione rock degli ultimi 50 anni (andrebbe ascoltato anche il precedente Absolutely Live) e convertono in sostanza organica brani non più vivi e, purtroppo, non presenti nel circuito mainstream, tranne che per qualche passaggio in sordina in sedicenti radio “ruock”. 
Ma torniamo a noi, in questo disco troviamo magistralmente distribuiti, ripuliti e messi in riga personaggi come Johnny Rotten, Robert Smith, gli Stranglers e Julian Cope, che non ascoltavo da anni (grazie ragazzi). E poi ancora una magistrale The killing moon, una spassionata Oh oh I love her so di uno dei miei gruppi preferiti (stiamo parlando ovviamente dei Ramones), le “muoviculo” Johnny come home e The voice, l’efficace canzone pop degli Inxs, Mystify. Se si pensava che con la cover di Johnny Cash il famoso pezzo dei Depeche mode non sarebbe potuto andare oltre, bhè, sti toscanacci provano ad alzare un pochetto l’asticella e, con successo, saltarci su e oltrepassarla, mentre è con una divertente e personalissima Lonely boy che viene fuori tutto il carattere goliardico ma al tempo stesso l’attenzione e la ponderatezza dei Sinfonico Honolulu per i suoni e gli arrangiamenti. E infine le lacrime (per modo di dire) sul pezzo più conosciuto e sacro dei Joy Division: Love will tear us apart.


venerdì 21 settembre 2018

Piqued Jacks - The living past

Etichetta: autoprodotto
Genere: poprock, elettronico

Difficile descrivere un disco che ha poco di innovativo ma che senza dubbio è di alta qualità.
I toscani Piqued Jacks mantengono la linea dura con Loner Vs lover e ci fanno annusare la loro attitudine punk con The living past. Riecheggiano i Big ups e ballate proto-punk alla Strokes (Being hurt Sublunary). 
Eternal ride of a heartful mind è la perfetta colonna sonora di un film pop. La nausea di chitarre mangia la scena in P.A.I.N.T., e sorregge i ritmi sorprendentemente melodici (Dusty shelvesMount Bonnell Don’t hope, believe) che accompagnano la voce di E-king. 
Un suono attuale ma fatto di roba vecchia come chitarre fuzz e grossi amplificatori valvolari. Un suono sporco, aggressivo e distorto che strizza l’occhio, forse con troppa insistenza, alla ricerca spasmodica di melodie, armoniche e ritmiche smaccatamente “popular”.



venerdì 7 settembre 2018

Turco – Via Roma


Etichetta: Putsch Records
Genere: synthpop

Dopo First del 2016 che ha portato Turco in giro per l’Italia e all’estero, torna la cantautrice tarantina con Via Roma, un album questa volta in italiano che ha l’unico scopo di celebrare i pionieri del pop elettronico di qualche anno fa. Tre sono le chiavi di volta: energia, fascino e ritornelli inconsumabili.
Turco è quella che potremmo definire una one-woman show, i suoi concerti (ho avuto la fortuna di vederla all’Awanda Internescional Fest mesi fa) sono un concentrato di capacità e bravura, è dal vivo che riesce a rivelarsi davvero per quello che è, un’artista completamente padrona della propria voce e delle sue possibilità timbriche ed espressive, capace di creare con loop, synth, arpeggi di chitarre acustiche e tanta elettronica, melodie delicate e coinvolgenti.
I brani di questo disco, smaccatamente pop, non mancano di freschezza ma risultano, purtroppo, allo stesso tempo fragili e poco incisivi, incapaci di imporsi all’ascolto nonostante il groove rapinoso pregnante di dettagli tutt’altro che banali.
Un sentiero assolutamente non dozzinale seguito da molti in questo periodo, che lo rende con amarezza ordinario.

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sabato 28 ottobre 2017

Rava - Herbert - Guidi @Teatro il Celebrazioni, Bologna jazz festival

Avete presente quel suono del modem a 56k che era un misto di ansia per l’attesa, sorpresa, novità e bollette salate?
Quello che ci metteva una ventina di minuti per caricare un’immagine di una donna di facili costumi dedita a mostrare le sue grazie. Non un video (per quelli c’erano le videocassette), una semplice immagine. Ti ritrovavi lì, nel buio della tua stanza, con questi suonini che tentavi di coprire invano per non farti sgamare, ti guardavi intorno furtivo consapevole della marachella che stavi combinando ed impaziente attendevi il caricamento del dagherrotipo presente nell’internet.
Poco alla volta ti esaltavi per la visione di un primo capezzolo, poi magicamente la seconda sisa (mammella, minna, poppa), fino a scendere sempre più giù fino ad intravedere la regione anatomica di forma triangolare situata in corrispondenza della sinfisi pubica.
E li puntuale arrivava tua madre richiamata dal suono inconfondibile del peccato e del modem, malamente celati, che ti dava uno scappellotto tra capo e collo che ti faceva sbattere la testa contro il monitor, far perdere la connessione e di conseguenza l’immagine positiva ottenuta con particolari apparecchi e processi chimico-fisici della suddetta donna.
Ieri sera sono stato ad un concerto del Bologna jazz festival al Teatro Il Celebrazioni.
La performance di Rava - Herbert - Guidi è stata esattamente un tuffo nel modem a 56k e le sue innumerevoli storie di attesa infinita. Un’attesa sconfinata, fatta di rumori ed improvvisazioni su piano e tromba che davano la sensazione di portare a qualcosa ma che poi si dissolvevano in un nulla di fatto, in rumori campionati a caso e sparati a coprire ogni cosa. Suoni ripetitivi e mal associati al resto della musica che pian piano si facevano più distanti per lasciare il posto ad un manipolatore di suoni sempre più invasivo e inconcludente.
Il concetto dello spettacolo era semplice e interessante: campionare i suoni dei due musicisti, Rava e Guidi, in presa diretta, trasformarli, riassemblarli e riprodurli per creare armonie, atmosfere avvolgenti, motivi affilati, squarci lirici, architetture ritmiche in continua metamorfosi.
Ho passato la prima parte del concerto a tentare di interpretare e comprendere queste architetture ritmiche continuando a ripetere come un mantra sciamanico, da un lato, “non sanno manco loro cosa stanno combinando”, dall’altro ripetendomi “è l’improvvisazione jazzistica, quel processo creativo che consiste nel costruire sul momento delle melodie su una base di accordi prefissata”.
Poi mi sono addormentato.
Quando la signora dietro di me, abbastanza stizzita per aver pagato 35 euro per sta roba, ha urlato “non ho mai sentito un jazz del genere” mi sono destato. Le divagazioni sonore continuavano imperterrite con un timido pianoforte difficilmente percettibile, fraseggi abbastanza ripetitivi, statici, e dei rumoracci a coprire le frequenze acustiche comprese tra quelle della soglia minima e quelle della soglia massima di udibilità.
Risultato percepito: un’accozzaglia di suoni messi lì a caso. 
L'abilità di eseguire delle scale velocissime con grande precisione ha poco valore se le note suonate si incastrano male con gli accordi, scarne di elementi importanti quali pause, accenti, dilatazioni e contrazioni temporali che danno personalità all'improvvisazione.
Alla fine della prima parte i musicisti sono usciti e quasi metà della sala ne ha approfittato per scappare neanche tanto furtivamente. Io, non essendo noto per la mia prontezza di riflessi, son rimasto seduto nel tentativo di comprendere cosa stesse succedendo e perché fossi ancora lì e non ad ascoltare i Crisis o i Dead Kennedys presenti in altri locali della città. Mi sarò imborghesito?
Poco dopo i musicisti sono ricomparsi per un’altra sessione pari pari alla prima. Stesse incursioni pianistiche confuse e timide, una tromba difficile da crittare ed un’elettronica poco incastrata col resto, difficile da codificare. Quando sono usciti per la seconda volta ed hanno acceso le luci ho tirato un sospiro di sollievo e pensato che i litri di birra che di lì a breve mi sarei andato a scolare erano del tutto meritati. Meritatissimi. 
Mi sono guardato intorno ed ho provato un sentimento di vicinanza alle sofferenze altrui, per tutta quella gente che il biglietto, per quella serata, l’aveva pure pagato. 


giovedì 20 aprile 2017

Hayao Miyazaki - Principessa mononoke


Una serie di bestemmioni dall'inizio alla fine. Forse il miglior film del regista giapponese.
Questo breve riassunto vi farà venir voglia di (ri)vedere questo capolavoro che avrebbe reso fiero Germano Mosconi.

4.5 Mosconi su 5