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martedì 14 maggio 2019

Surikate - Don't listen and drive!

Etichetta: autoprodotto
Genere: stoner, grunge, punk-rock

I suricati sono delle piccole manguste grandi al massimo 30cm (coda esclusa) tipiche dell’Africa meridionale. Siccome la mia conoscenza di questo simpatico animaletto si limita a questo e non conoscendo la statura del trio veneto, suppongo che la scelta del nome non sia un riferimento alla lunghezza verticale di questi mammiferi. Così inizio la mia ricerca consultando Wikipedia e la pila di National Geographic ammuffiti che i miei vicini hanno lasciato su una graziosa libreria sul pianerottolo del mio palazzo, mentre Don’t listen and drive! esplode dalle casse e martella sui muri (per la gioia dei suddetti vicini). Scopro che i suricati sono animali che vivono in gruppi molto spesso guidati dalle femmine della specie (fanculo Pillon), queste coordinano i lavori per scavare tane e cunicoli, procacciare cibo, gestire i turni di “babysitting”, un compito durissimo che le porta a non mangiare anche per 24 ore e, in caso di pericolo, sacrificare la propria vita per salvare i cuccioli.
Un animale cazzutissimo e iperattivo capace anche di ingaggiare lotte sanguinose contro altri animali o “gang rivali”. Hardcore puro.
Nomen omen direi, ascoltando questo disco.
Ogni brano dei Surikate ha qualche trovata che lo rende intrigante (come la vita degli animaletti) pur mantenendo una forma facilmente riconoscibile e riconducibile ad un genere stabilito, scavando cunicoli nell’underground noise ma tornando su una familiare e “tranquillizzante” scossa stoner. Una miscela di colpi, spinte e strattonamenti, che danno forma a quanto spesso si vorrebbe definire morto, schiacciato dall’indie mainstream ed i suoi fottuti artisti tutti uguali.
L’album scorre e non mi sorprendo quasi più della forza e della creatività sprigionata da questo trio, resto in attesa dell’ennesimo brano pugnoinfaccia che puntualmente arriva. E mi piace questa manciata di energia lanciata sull’ascoltatore.
Suonare al massimo volume, suggerivano un tempo alcuni album di musica rock. Fareste bene a fare lo stesso oggi.

domenica 26 maggio 2013

HysM? new releases May 2013


È con immenso godimento, gusto e libidine che vi presentiamo le nuove uscite dell’etichetta indipendente Have you said midi?.
Genio musicale, titoli demenziali, un branco di jazzisti lasciati a fare la fame in Africa, blues primitivista e freak, irruenza strumentale e vocale.
Sfide al senso comune del pudore, caricatura della musica di consumo, poco importa…La grinta esecutiva proposta in questi dischi vi turberà fino a portarvi a cambiare i vostri stili e “portamenti” perbenisti un po’ troppo abusati. Oppure chiuderete tutto e continuerete ad ascoltare le vostre imitazioni musicali. 
Cazzi vostri.

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HysM?o74 - Makhno/Have you Said Makhno? - (virtual 45 rpm split)
genre: tribute
freedownload, 2 tracks, 8 min.
Download it here for free:
www.archive.org/details/01MakhnoNevadagaz_201304

“After the critically acclaimed album of pure post-punk, Silo Thinking, Makhno returns, with the help of HysM?Duo, to gift us a deepening on the topic, and revealing some of the roots of his sound. This virtual 7“ is in fact a virtual tribute to Gaznevada and The Pop Group”.

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HysM?o75 - The Big Drum In The Sky Religion - The Trout Mask Of God Replica/Ārya Soundtrack
genre: experimental
cdr, 1 tracks, 80 min. [limited 60 copies]

“What could you find inside this cdr? The title, of course, puns on: Joseph Campbell's the masks of god, Captain Beefheart's trout mask replica and chrome's halfmachine lip moves/alien soundtracks.
That are the inspirarions. But it is not just that. Imagine all these roots mixed in the perfect and sacred BDSR's style and sound. Just awesome”.

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HysM?o76 - Maybe I'm Bokassà – Paraponziponzipò
genre: african-blues-psychedelia
one sided yellow 12", 6 tracks, 18 min.

“Screaming “Paraponziponzipò”, Bokassà are back. This time they are involved in a 10 hands (plus 4 borrowed) album with Maybe I'm.
If their first album was all about African cannibalism, this time it's all about tribal wars. The recording, in the italian Africa of Serradarce (the town where Saint Alberto Gonnella used to talk through the body of his auntie), gave rise to consequences that destroyed such a super-big-band. A lot of broken bones, ready to be nibbled, and a vinyl, yellow like a canary full of pee, that will make even the most fetish lovers of rural-blues-afro-jazz happy”.