Visualizzazione post con etichetta pop rock. Mostra tutti i post
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martedì 12 febbraio 2019

Lamarea - Respiro

Etichetta: The kids are alright records
Genere: pop rock

Respiro è un caleidoscopio di suoni e generi differenti dove, brano dopo brano, vengono fuori le diverse fonti di ispirazione di questi ragazzi toscani.
Un disco che inizia fortemente ancorato alle tradizioni pop italiane (Respiro, Ogni parte di me, Castelli di carta), per virare e alternarsi rapidamente con riff di stampo rock anni ’90 (Un taglio netto, Le tue parole).
Quando si pensa di aver inquadrato la band in un qualche genere musicale, ecco arrivare Un gioco di specchi e Noi che a far crollare il tutto, a farci chiedere se quelli che stiamo ascoltando sono sempre gli stessi ragazzi di qualche attimo fa. Qui il sound vira decisamente verso ritmi scanzonati e catchy à la page, che ricordano tanto i Bloc Party o gli Editors.
Una manciata di brani ispirati, arrangiati con gusto e suonati con energia.


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mercoledì 10 ottobre 2018

Sinfonico Honolulu - Thousand souls of revolution

Etichetta: autoprodotto
Genere: rock ukulele

Mettere otto musicisti insieme e sette dei quali con un ukulele in mano è sempre un gran rischio, c’è costantemente il pericolo della sindrome da chitarra da spiaggia (e non mi riferisco al fatto che dopo due ore ci si ritrova tutti a limonare tranne chi suona la chitarra, true story).
Ma l’eventualità di subire un danno connessa a circostanze più o meno prevedibili, il suddetto rischio appunto, viene assolutamente meno in questo Thousand souls of revolution, dove i Sinfonico Honolulu apprendono con profitto le migliori lezioni della Ukulele Orchestra of Great Britain, assimilano una dozzina di pezzi della migliore tradizione rock degli ultimi 50 anni (andrebbe ascoltato anche il precedente Absolutely Live) e convertono in sostanza organica brani non più vivi e, purtroppo, non presenti nel circuito mainstream, tranne che per qualche passaggio in sordina in sedicenti radio “ruock”. 
Ma torniamo a noi, in questo disco troviamo magistralmente distribuiti, ripuliti e messi in riga personaggi come Johnny Rotten, Robert Smith, gli Stranglers e Julian Cope, che non ascoltavo da anni (grazie ragazzi). E poi ancora una magistrale The killing moon, una spassionata Oh oh I love her so di uno dei miei gruppi preferiti (stiamo parlando ovviamente dei Ramones), le “muoviculo” Johnny come home e The voice, l’efficace canzone pop degli Inxs, Mystify. Se si pensava che con la cover di Johnny Cash il famoso pezzo dei Depeche mode non sarebbe potuto andare oltre, bhè, sti toscanacci provano ad alzare un pochetto l’asticella e, con successo, saltarci su e oltrepassarla, mentre è con una divertente e personalissima Lonely boy che viene fuori tutto il carattere goliardico ma al tempo stesso l’attenzione e la ponderatezza dei Sinfonico Honolulu per i suoni e gli arrangiamenti. E infine le lacrime (per modo di dire) sul pezzo più conosciuto e sacro dei Joy Division: Love will tear us apart.


venerdì 21 settembre 2018

Piqued Jacks - The living past

Etichetta: autoprodotto
Genere: poprock, elettronico

Difficile descrivere un disco che ha poco di innovativo ma che senza dubbio è di alta qualità.
I toscani Piqued Jacks mantengono la linea dura con Loner Vs lover e ci fanno annusare la loro attitudine punk con The living past. Riecheggiano i Big ups e ballate proto-punk alla Strokes (Being hurt Sublunary). 
Eternal ride of a heartful mind è la perfetta colonna sonora di un film pop. La nausea di chitarre mangia la scena in P.A.I.N.T., e sorregge i ritmi sorprendentemente melodici (Dusty shelvesMount Bonnell Don’t hope, believe) che accompagnano la voce di E-king. 
Un suono attuale ma fatto di roba vecchia come chitarre fuzz e grossi amplificatori valvolari. Un suono sporco, aggressivo e distorto che strizza l’occhio, forse con troppa insistenza, alla ricerca spasmodica di melodie, armoniche e ritmiche smaccatamente “popular”.



mercoledì 21 gennaio 2015

Simone Piva & i Viola Velluto - SP&IVV

Etichetta: Blue Tattoo Music, Gartin Records
Genere: alternative rock
  
Un disco che poteva riuscire meglio, nel quale le limpide linee melodiche del basso ed i buoni incastri di chitarra sembrano quasi messe in pericolo dall’apparente incertezza vocale e da un equilibrio precario dei testi.
Il lavoro proposto da Simone Piva ed i Viola Velluto (Simone Piva chitarra e voce, Christian De Franceschi al basso e Omar della Morte alla batteria) potrebbe risultare un interessante lavoro alternative rock, autorevole figlio della musica prodotta da almeno una decina d’anni a questa parte in Italia. 
Niente di nuovo, niente di vecchio, tutto già sentito, stantio, ripetuto da più fronti. Ma anche se le soluzioni musicali non sono sempre originali e le scelte vocali a volte discutibili, è un disco che comunque ha il merito di suonare sincero, con degli episodi che saranno una certezza per chi vuole restare su terreni conosciuti.

sabato 20 ottobre 2012

Luc Orient – La vie à grand vitesse


Etichetta: Lademoto records
Genere: pop contaminato

Sono stati una delle new wave band italiane più interessanti negli anni ‘80 (dicono), poi sono caduti nel dimenticatoio proprio come il personaggio a cui si ispira il loro nome, Luc Orient appunto, fumetto appartenente alla scuola franco-belga apparso in Italia tra il 1967 e il 1975. Ricompaiono nel 2003 con un cofanetto di demo, remix e inediti (The white box), nel 2009 con un Ep (Killer Joe/Onion Gum) e oggi con questo La vie à grand vitesse.
A volte capita che una band abbia voglia di cambiare musica, anche se quello che ha fatto fino a questo momento è stato tra le cose migliori che la propria scena abbia prodotto (dicono). Ed è successo anche a Piero Pieri e Rrok Prennushi i due versatili musicisti burattinai del progetto, inventori di un sound inconfondibile e di uno stile big-beat che se sfruttato meglio, sarebbe potuto essere definito geniale.
La vie à grand vitesse non assomiglia a nulla di quanto già prodotto in passato, ma si potrebbe inserire in quel filone di black music, elettropop e ritmi in levare che guarda ancora spudoratamente agli anni Ottanta e che sembra non volersi esaurire. Non stupitevi di trovarci dentro suoni affaticati, linee melodiche semplici, flemmatiche e trascinate, stanchezza di suoni pimpanti e divertenti in nome di una certa maturità artistica. Il tutto è senza dubbio molto ruffiano ma molto ben orchestrato: ogni dettaglio, dalla sonorità delle parole ai minimi inserti ritmici è essenziale, e sarebbe riduttivo dire che i Luc Orient abbiano buttato nel frullatore sonorità diverse per vedere che ne veniva fuori. Dietro al carrozzone sonoro ci sono molto studio e talento questo è vero, ma a me sembra troppo torpido e tedioso…superato.

lunedì 12 settembre 2011

Lemmings - Teoria del piano zero


Etichetta: La Grande Onda, MalaTempora
Genere: pop-rock

Sostanzialmente una band che sa giocare bene le sue carte, senza azzardare molto, con piccoli espedienti, piccoli intermezzi da chitarra da brivido, la batteria che è un cingolato di cotone e grande maturità linguistica: virtuosismo tecnico abbracciato a una scrittura pop intelligente ed emozionale.
In La spirale delle formiche la voce di Ra-B (al secolo Emiliano Rubbi) si impone e sembra prendersela con una timida chitarra, per poi passare a Grune linie dove diventa velocissima, tra il gioco di scioglilingua e l'urlo punk, fino a sovrapporsi candidamente a quella di Luna in Laura.
La ritmata e convulsa E così sia ci prepara all’allegro intermezzo di Una risata ci seppellirà strettamente collegata con la successiva Il corso degli eventi, mentre la finale Teoria del piano zero è la conferma che i Lemmings, allontanatisi dalle sonorità che ne avevano caratterizzato l’esordio, si sono riusciti a costruire uno stile del tutto personale, con sprazzi di sana e robusta energia.
Il lattaio e Hiroshima invece pendono su atmosfere malinconiche e sono forse il momento più intenso di tutto il disco, supportato da un testo più intimista e personale.
Un ottima capacità di fare e disfare canzoni in un paio di secondi, obliquità compositiva e vari ganzi tecnicismi in questo bel secondo disco di questa band romana.

Clov

giovedì 30 giugno 2011

Nobody on stage – Nobody on stage


Etichetta: autoprodotto
Genere: classic-rock

I Nobody on stage, al loro primo Ep, sono un gruppo giovane, in cui i componenti sono tutti nati nel ‘90 (ed io che credevo che dopo il 1989 non fosse nato più nessuno), una band che evoca il consiglio supremo dei maestri degli ultimi ‘50 anni, senza mai perdere identità.
Roll in the city potrebbe essere un misto tra una rivisitazione moderna del “viaggiatore” di Iggy Pop ed il rock decadente di Lou Reed, con un tono più narrativo che lirico, ballata sfocata tra dramma e dolcezza.
Ordinary day e Birtday under bombs sono invece caratterizzate da un sound eccentrico e spiazzante che pesca un po’ ovunque, dai travolgenti ritornelli di un giovane Chuck Berry, alle melodie frizzanti dei Prefab Sprout, fino al pop dal sapore retrò dei Divine Comedy.
Con Drag me out si passa ad un blues rock intenso e intransigente alla Rolling Stones: imitatissimi riff, animalesca vocalità, battiti asciutti e puntualità inesorabile del basso.
Infine The night passa tra toni soffusi e slanci furoreggianti, con coordinate musicali del tutto atipiche per il sound “indie” che domina le scene musicali di questi anni, per terminare in un lungo e sfibrante assolo finale di cui si poteva (o si sarebbe dovuto) fare davvero a meno.
Un disco che “puzza di vecchio”, certo, ma una vocazione ritmica che, se ben sfruttata, potrebbe regalarci in futuro qualche preziosa perla.

Clov

giovedì 31 marzo 2011

Uross – 29 Febbraio (lo squilibrista)


Etichetta: Olivia records
Genere: pop rock, rock autorale

Dopo anni di gavetta, partecipazioni a numerosi live e manifestazioni, la band pugliese pubblica il suo primo disco ufficiale: 29 Febbraio (lo squilibrista).
Così com'è, il disco è disomogeneo, appare incerto e non perfettamente riuscito, ed è un peccato perché la prima accoppiata di canzoni è un vero gioiello che non si smetterebbe mai di ascoltare.
Con L’urlo e Psychoman siamo dalle parti di un hard-rock che non fa sconti di alcun genere all'appeal da canzonetta, per poi passare ad un collage musicale straniante che spazia da ballate in cui latita un minimo di fascino (La canzone di Natale) fino a sprazzi folk, improbabile ballata bucolica (Godot).
Poi, dopo la nomadiana Ormai andato, con tanto di leggeri coretti da parrocchia, ecco che con Un tipo chiamato Destino si torna a guardare al di là dell'Atlantico, anche grazie a L’eternauta e le sue chitarre amplissime e delicate, perfettamente diluite nel brano.
Per tutte le dieci tracce non si riesce a trovare quella sintesi di spirito e materia così fortemente cercata. Peccato per i numerosi deja vu musicali.

Clov