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martedì 25 ottobre 2016

Diaframma - Siberia reloaded 2016

Etichetta: Diaframma records
Genere: wave italiana

Un paio di estati fa ho visto per la prima volta i Diaframma. Anzi, li ho ascoltati per la prima volta essendo uno di quei gruppi che so che esistono e son li da qualche parte nel mondo ma non mi hanno mai incuriosito abbastanza da iniziare un serio ascolto.
Ho chiesto al mio coinquilino di consigliarmi un disco per conoscerli:
"Del primo periodo post-punk se la giocano Siberia e Boxe, del periodo successivo, in cui faceva tutto Fiumani, In perfetta solitudine". Ottimo.
Per avere un secondo parere ho chiesto ad un altro amico che sarebbe venuto con noi quella sera al concerto:
"Foggià, che mi posso sentire di questi che non mi faccia passare la voglia di uscire stasera?". 
"I primi, quelli dark, fanno cagare abbastanza. Anni luce, quello mi piace".
Lapidari ed efficaci entrambi, mi piace quando non vanno d'accordo.
Solita cena a casa con poco cibo e molto alcol, con i pochi soldi a disposizione bisogna fare delle scelte nella vita, e andiamo ai giardini. Il concerto non era ancora comunciato ma già notiamo la grande affluenza di ragazze. L'avessi saputo prima sarei stato un grande fan dei fiorentini, è uno di quei gruppi che attira un sacco di ragazze che magari sperano in un sogno nel cuore e sperma nell'occhio, di esser presentate al peluche di Fiumani, o semplicemente perchè non capiscono un cazzo e sono le stesse che poi son li a sbracciarsi ai concerti de Lo Stato Sociale.
Una volta accompagnai un'amica ad un concerto de LoSS, passai la serata al bar ad ubriacarmi e tentare di strapparmi le orecchie a morsi. Col sinistro c'ero quasi riuscito grazie ad un sofisticato sistema di leve e lattine di birra vuote. Poi ho scoperto farmaci ototossici (streptomicina ed eritromicina) ed ho iniziato a farmi di quelli.
Torniamo a noi, i Diaframma iniziano a suonare, la gente ondeggia, qualcuno canta ed io li odio, i volumi sono troppo bassi e continuo a sentire la gente cantare. Un concerto discreto, come da aspettativa. Fiumani aveva una bella camicia.
Questa è stata la scusa che ho usato per approcciare la fighetta hypster al mio fianco che non s'è fatta sfuggire le chiazze di vino sulla mia t-shirt dei Fugazi e le chiazze di sudore (era Luglio cosa vi aspettavate, i fiori?!). Inaspettatamente o la storia della camicia tiene botta, o sono estremamente affascinante, o semplicemente si stava cacando il cazzo e aveva deciso di continuare a parlare con questo fracido relitto subumano.
"Anche a te piace il prog, ma dai, e perchè ti vesti come una cretina?"
A queste parole, mentre i Diaframma intonavano Amsterdam, è partito il limone.
In quel momento Fiumani è diventato il mio eroe.

Purtroppo dagli eroi ci si aspetta che abbiano sempre le loro belle mani ben serrate sul gran culo della Musa e siano sempre in grado di riconfermarsi eroi producendo roba che riesca a spiazzarci ogni volta. Qualcuno disse che l'ovvietà più grande della vita è che sostanzialmente si tratta di un processo di delusioni consecutive. Come l'inutilità di queste reincisioni del loro miglior prodotto e anche, diciamolo, uno dei migliori prodotti della wave italiana. E così, da adoratori degli eroi, dobbiamo adattarci e abbandonarci all'idea di perdita di valore del proprio eroe, costretto ad umilianti compromessi rispetto ai propri obiettivi e al semplice buonsenso.
Peccato perchè, come studiato alla "Magna università di critici rock" indirizzo "maledetta Garrincha stai distruggendo il rock'n'roll", Fiumani è (era?) in grado di elaborare vere e proprie "poesie pop".
Peccato, perchè a me Siberia piace un sacco, ancora saltello col punk di Sesso e violenza, la bellissima I giorni dell'ira dell'omonimo album del 2002, o ancora Entropia (Niente di serio, 2012), Io sto con te (ma amo un'altra) e gli inserti strumentali di Maroccolo sono qualcosa di superiore, un gran disco a parte.
Vabbè, Fiumani, eri un eroe, cosa volevi fare con questo lavoro, farmi ricadere nel vortice della streptomicina? Ancora più donne ai tuoi concerti?
Insaziabile sborone.
Però hai delle bellissime camicie.

giovedì 20 settembre 2012

Settore giada – Per Elisa


Etichetta: Seahorse recordings
Genere: dreampop, postrock

Io non so cantare. Non so nemmeno leggere una poesia, interpretare un testo, senza avere una inflessione ridicola. Succede. Per questo quando suono con qualcuno non canto, non parlo, mi muovo a malapena, lascio fare agli altri, ormai me ne sono fatto una ragione e vivo meglio. Ho provato una volta, ma al progetto abbiamo preferito le chiacchiere al baretto.
Peccato, perché la musica composta dal duo svizzero che si cela dietro il progetto è così: un bellissimo mix di parole sofferte, flussi sonori impalpabili, colpi di cassa ben piazzati e pause meditative. Ali Salvioni (voce, basso, hang, drum programming) e Alan Bagge (batteria) non hanno spazio per visioni limpide e serene, inghiottiti in un tunnel di immagini buie e soffuse forgiano un suono che fa pensare ad un fiume color nero pece, inquietante come il cingolato in copertina.
Purtroppo ad accompagnare la successione dei brani c’è sempre quella voce che sembra essere messa li per caso. Si tratta comunque del loro disco d’esordio, c’è tutto il tempo per recuperare.

martedì 22 maggio 2012

MUG – Lost transmission


Etichetta: La grande onda, MalaTempora
Genere: post-rock

Questo disco, seppure in cerca di sapori inediti, riprende i timbri e le melodie del miglior post-rock prodotto fin ora, soluzioni non sempre semplici, certamente sperimentali, per niente popolari, almeno da queste parti del mondo sonoro.
Chitarre, drum machine, synth, bassi, loop, assenza di voce, inserti elettronici, suonini e delay si mescolano nel colorato immaginario dei MUG (Medium Under Groove) finendo per creare un disco, il loro primo disco, mai banale, con tracce a volte ricche e corpose (Disco pulp, Frequencies), dense di raffinatezza sonora (3 Ottobre), altre volte suggeriscono paesaggi crepuscolari, con una sapienza melodica e una qualità strumentale incapaci di enfasi superflue (Memorie, Roseros).
Per essere un album d’esordio, questo Lost transmission ha già un’identità musicale ben definita: effetti, ritmiche crescenti, sovrapposizioni e ripetizioni, piccole trovate che rendono ogni brano interessante.
Un album consistente, curato nei minimi dettagli, che ci assicura che anche in questo periodo c’è qualcosa di interessante da seguire nel nostro paese.

domenica 4 marzo 2012

Salomè Lego Playset - So much was lost in the process of becoming

Etichetta: Spettro rec
Genere: post-rock, sperimentale

Questo terzo cd ad opera del quartetto bolognese è denso di sensazioni e immagini, di tende che lasciano filtrare il pianto di qualcuno, gemiti di dolore, oppure voci che sussurrano frasi in tono calmo e tecnico diventando, a volte, secche come ordini rapidi e precisi.
I SLP sono di Bologna dunque, così come la Spettro Rec, etichetta Diy attiva da un annetto a questa parte che, stando al loro manifesto, sono “determinati a creare una modalità distributiva per i propri lavori musicali e artistici, che nessuno ha voluto ascoltare”. Un altro bel nome nell’underground italiano insomma, nato per dare/fare musica per chi ne possa trarre un qualsivoglia giovamento, fuori dalle logiche del mercato: “il suono che proponiamo è quello che producono le persone, e non il denaro”, dicono.
Tornando a noi, il disco si sviluppa attraverso brani lunghi e avvolgenti, tutti strumentali escluse l'incantevole Heimarmene e la quasi schizofrenica Il Deserto e le fortezze per poi tornare sulla tenue ninnananna di The fountain e la lunghissima Dolce mattatoio (altro brano cantato) con la sua lenta, inesorabile discesa verso un abisso di silenzio. Menzione a parte merita l’affollata, complessa e fantasiosa Humanity and paper balloons, forse il mio pezzo preferito.
Quello che non è cambiato, e che anzi è migliorato dal precedente Contre la vie, contre la morte, è la straordinaria capacità del quartetto di dipingere atmosfere incredibilmente suggestive, soffuse e rarefatte, la capacità di rendere visibili rari passanti in giro, in cerca di colore, curvi sotto la pioggia, sanguinando da ferite invisibili. All’improvviso parte un sassofono, note che spezzano l’oscurità, assolute nella loro dissonanza, inconciliabili.
Sette tracce per una durata di 54 minuti per una musica che dietro un'apparente ingenuità nasconde una sofisticata ricerca sonora.

lunedì 26 dicembre 2011

buenRetiro – In penombra

Etichetta: DeAmbula records
Genere: post-rock

Quartetto post-rock italiano, originario di Pescara, che rimanda in maniera esplicita ai cardini di quel post-rock che ha avuto in Godspeed You!, Mogwai e Black Emperor, i suoi insuperati maestri, rielaborando la lezione dei capostipiti di questo tipo di musica col giusto spirito per rendere fresche, vibranti e sufficientemente personali, composizioni tutte incentrate sugli aspetti emotivi.
Felice la linea purissima delle melodie, avvolgenti le armonie vocali, intriganti e non banali timbri, orchestrazione e arrangiamento esemplari (Canto primo, Negli angoli).
In penombra è suonato discretamente e arrangiato con gusto, attraversato da impalcature poco convenzionali. Canzoni minimali e dirette, come ad esempio gli impeccabili pezzi solo strumentali di Xenon, Finis terrae e O cebreiro messi in una perfetta sequenza, che si scontrano con le limitazioni di un post-rock in lingua italiana (Quale luce, In cerchio).
Gaia  evoca spettri coi suoi suoni ciondolanti e le armonie vocali ardite, fino ad infrangersi nel consueto marasma chitarristico di Penombra.
Oltre alle ritmiche inappuntabili e ai crescendo elettrici, quasi sempre graduali e controllati, per il resto sono le atmosfere ovattate, oscure e romantiche a farla da padrone (Maree, Montagne), ed in questo ritroviamo il fedele tocco dell’onnipresente Amaury Cambuzat.
Possiamo dire che questa prova è stata ampiamente superata, anche perché dimostra una crescente maturazione del percorso che i buenRetiro hanno intrapreso anni fa, prima con i due lavori autoprodotti (Ruggine perfetta del 2001 e Demodé del 2004) ed il successivo Escargot del 2007, uscito sempre per l’impeccabile DeAmbula Records.

venerdì 25 novembre 2011

Astolfo sulla luna – Moti Browniani


Etichetta: autoprodotto
Genere: alternative rock, post rock

Già dal nome della band si intuisce il loro spirito sognatore e visionario e dal titolo dell’ep si comprende, e si ama, il loro approccio caotico e sconvolto alle melodie (come recita la buona vecchia Wikipedia: con il termine moto browniano si fa riferimento al moto disordinato delle particelle presenti in fluidi o sospensioni fluide).
Queste cinque tracce sono ossessioni di una psiche sconvolta, provocazioni letterarie (Camus, Orwell o Shakespeare solo per citarne alcuni), canzoni dal fascino ipnotico che il basso regge con una manciata di note. Verfremdungseffekt è precisa, aggressiva e incalzante, dove al crescere del caos tribale accorre la voce che lancia urli liberatori. Le successive 2 minuti d’odio e Nient’altro che un buco vuoto nel quale si agitano le ombre delle mie passioni, sono costituite semplicemente da una chitarra elettrica energica e graffiante, il basso corposo e trascinante, la batteria che sa essere brillante e potente quando serve e la voce tirata al limite delle possibilità, con un attitudine da rocker consumata.
E si continua con un suono attuale ma fatto di roba vecchia, come chitarre fuzz e amplificatori valvolari, di quelli belli grossi, un suono sporco, aggressivo e distorto, voce calda (Fino all’ultimo battito). Le fiondate sghembe della chitarra di Dick Laurent è morto sono il degno complemento di questa sezione ritmica.
Immediatezza, freschezza e invenzione sonora, queste sono le qualità che trasudano dai solchi di Moti Browniani.
Se queste sono le premesse, non ci resta che aspettare un album più consistente.

il disco è inoltre in freedownload su: www.astolfosullalunaofficial.wordpress.com

domenica 20 novembre 2011

Dasauge – You’re dead and it’s all your fault


Etichetta: I make records
Genere: alternative rock, post rock

L’inizio di questo debut album dei Dasauge (il nome è un omaggio a Paul Klee) è una scarica di adrenalina, ritmi incalzanti, riff semplici ma di un'efficacia stupefacente. Basta ascoltare le iniziali Carapace, Hiroshima e Legs per farsi subito una bella idea.
E quando si inizia a pensare che il disco sia solo questo, cambio di ritmo, di melodia, batteria martellante, riff ossessivi e assoli di chitarra distorta, ecco che la band partenopea sterza improvvisamente conducendoci verso quei terreni post-rock tanto amati da gruppi come Mogwai o Tortoise, alternanze tra quiete e turbamento (The first time I’m dead, Building an empire).
On a frozen lake alterna momenti rilassanti a escursioni più rumorose, subito prima delle dilatazioni strumentali di Life on earth is overstimated ed il bellissimo finale di I’m sorry but I’m not sorry, in cui batteria e chitarra distorta si incontrano in un assolo onirico.
Le carte vengono fin qui sono giocate con gran maestria. È fisiologico, adesso, un attimo di smarrimento, ed è provvidenziale The day Brea Lynn met Tory Lane (si, si, proprio loro), un pezzo che si insinua pian piano nelle orecchie e sale su fino al cervello, un’oasi di serenità e allo stesso tempo di smarrimento.
Con Rorschach (si, si, proprio lui) torna il marasma sonoro, di quelli pesi, che ti lasciano in testa, dopo l’ascolto, ancora un eco di quel muro violento di suono, seguito dall'arpeggio ipnotico iniziale di Sink or swim, portato per mano dalla batteria, ed il crescendo melodico di Never been here, dai toni malinconici e sognanti. La finale Disasters and wonders (con tanto di ghost track al seguito) è un tappeto di sensazioni dipinte con la musica nel suo lento coagulare sanguigna materia chitarristica.
Ottimo compromesso compositivo tra schiettezza musicale e sperimentazioni.