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sabato 29 ottobre 2016

Julian Mente - Non c'è proprio niente da ridere

Etichetta: autoprodotto
Genere: post hardcore

Con il loro terzo album il quartetto umbro formato da Diego Fratini (voce), Michelangelo Capodimonti (chitarra), Alessio Aristei (basso) e Mattia Desantis (batteria) ci soffia in faccia una ventata schizofrenica di distorsioni spinte.
Un album sulla paura e sulla vergogna, elegante e visionario, che s'ispira ugualmente agli Hüsker Dü ed ai Fine before you came, che scava nella memoria e riporta in superficie tutte le insicurezze e le paranoie umane.
L'album si apre col ritmo semplice, duro ed efficace di Mentre lei dorme e si conclude con il delirio lisergico di Ottomila. In mezzo c'è tutto un mondo di urla e distorsioni, stratificazioni di chitarre, sonorità accattivanti che riescono a piacere in modo morboso sorrette da una batteria pronta ad esplodere e decollare. 
Roba che gli amanti del genere di certo apprezzeranno.

venerdì 27 dicembre 2013

Preti Pedofili - L'age d'or

Etichetta: Toten Schwan / Sinusite Records / Spettro Rec / Mai Una Gioia
Genere: grunge, post-punk

Fra distorsioni pantagrueliche, chitarre reverberate e melodie urlate al cielo come manco Perry Farrell, i Preti Pedofili non si limitano a ricalcare i clichè del grunge-noise-postqualcosa-chissàche.
Al loro primo full lenght (dopo gli Ep Golem del 2011 e Faust dell'anno successivo), la band foggiana lascia intravedere una ricerca che non disdegna qualche tirata hardcore con una forma-canzone, sfilacciata e aliena, sulla quale spicca però una dimestichezza rara per melodie efficaci e mai banali, che si muovono tra sgraziati rumorismi, rigurgiti psichedelici e semplice piacevole casino organizzato.
Se non trovate una singola ragione per portarvi a casa un disco così, allora vi meritate tutte le compilation di Rockit (soprattutto quelle di fine anno) ed Una poltrona per due in tivvù.
Per me è stata la nostalgia canaglia ed il cieco amore. E poi ha una cazzo di copertina da paura.

Uno

lunedì 11 febbraio 2013

Hartzaro festibala – Hitz open Gaztetxea Uztaritze 8 febbraio 2013


Chi ha detto che ad Uztaritze non succede mai niente?
Ah io, vero…però a volte qualcuno si dà da fare anche in questo paese. E a sto giro dobbiamo ringraziare il centro Gaztetxea che venerdì sera ha ospitato i donostiani Yaw ed i baionesi Kuma no motor, per una serata di violenza, birra e pogo selvaggio.

Gli Yaw sono un gruppo post hardcore/metal formatosi nel 2007, con all’attivo tre dischi (Truman Burbank – 2009; Australia – 2011; Atlantida – 2012): quattro simpatici ragazzi che si divertono ad urlarti in faccia qualcosa in un’ancora non precisata lingua (loro dicono sia basco…mhà), riff che uniscono cervellosità tecnica e furia hardcore, rigore matematico e punk più tirato. 

YAW
Un po’ come prendere i nostrani Fine before you came, farli accoppiare con i Fugazi e quello che ne esce farlo scontrare in un duello tra Big black e un gallo da combattimento

Dopo di loro, a sconquassare il “palco” dell’Hitz open Gaztetxea, ci hanno pensato i Kuma no motor, power-trio della vicina Bayonne, con un suono più rozzo e feroce rispetto ai precedenti, più hardcore e meno respiro, senza silenzi tra un pezzo e l’altro, non questa sera.
Molto più simili ad un temporale che va avanti da giorni, con costante brutalità, senza mai accennare a smettere, come un gatto che gioca col topo, fino al momento in cui chitarra e batteria si scatenano con collerica aggressività.
C’è del marcio dunque in questo posto…e quando viene a galla non si può far altro che farsi trovare pronti.

KUMA NO MOTOR












 

mercoledì 28 settembre 2011

Montezuma – Di nuovo lontano


Etichetta: I dischi dell’apocalisse, Dicks&Decks, Onlyfuckingnoise rec, Mukkake agency
Genere: post-rock, post hardcore

Una tecnica strumentale eccezionale che permette di concepire pezzi estremamente vari, articolati e complessi, in cui si rincorrono cambi di tempo, frammenti di melodia, accelerazioni e rallentamenti.
La lunga apertura di L’alba di Marrakech è un gioco di rallentamenti e accelerazioni sconvolti dalle scosse telluriche delle chitarre di Lorenzo e Carlo, la partenza è lenta e il finale esplosivo, irregolare, ustionante. È l'introduzione perfetta a quella che sarà l'atmosfera alienata, tormentata e dissonante dell’intero album.
Gli intrecci chitarristici si fanno puliti e rilassati in La foresta imbalsamata ed eguale pulizia e ordine tornano anche nella successiva Lenta in D, per poi esplodere in vagiti di noise frenetico in La congiura delle polveri dove ritroviamo stop'n'go precisissimi.
La sesta traccia, Supernova, è percorsa da un impetuoso fremito batteristico su cui vengono costruiti dissonanti e ripetitivi fraseggi strumentali, rabbia hardcore e contemplazione post-rock.
L’album si chiude con Il codice di Dresda e tutto diventa così imperscrutabile, concettuale, distante. Atmosfera funerea e straziante.

Clov