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mercoledì 21 novembre 2012

LU-PO – Stendere la notte


Etichetta: edizioni musicali Rai trade
Genere: folk elettronico alternativo

Dopo l’acclamatissimo Eclectique walk (2006), il talentuoso Gianluca Porcu si è fatto attendere un bel po’ prima di dare alle stampe il suo nuovo disco. Non che il musicista e compositore sia rimasto con le mani in mano nel frattempo, ha continuato a lavorare per il teatro, la radio, spettacoli televisivi: in definitiva, eccoci all’ascolto del suo quarto album che si distende e vaga nell’aere per poco più di trenta minuti, a dimostrare una volta di più che siamo di fronte ad un musicista di altri tempi, o forse di un altro mondo.
All’elettronica, la chitarra, il mandolino e le percussioni, LU-PO riesce a sfoggiare tutte le sue capacità tecniche ed il suo gusto musicale, mescolando con eleganza ed equilibrio la sua cultura classica e tradizionale con l’avant-folk contemporaneo, strizzando di brutto l’occhio a Yann Tiersen.
Un album leggero e piacevole, come raramente succede.

lunedì 18 giugno 2012

Beeside – Mood spirals


Etichetta: Seahorse records
Genere: indie-folk

L’insostenibile leggerezza dello stare in spiaggia. Questa è l’atmosfera che si respira nel primo lavoro di Beeside, progetto dietro il quale si nasconde il sassarese Federico Pazzona.
L’amore per le sonorità di matrice britannica non sono per nulla nascoste dal cantautore, che ci propone dodici brani, dodici potenziali singoli, frutto di un’ottima miscela di sonorità cantautorali, folk da spiaggia e semplice rock con tanto struggimento all’inglese.
Interessanti gli arrangiamenti di Keep your mouth shut e Fifteen children, i testi di The good things you’ve done e Mood spirals, e le eleganti e visionarie Migraine e Touch the ground.
Un formato astutamente folk, tragicomico, dannatamente estivo. Beeside è sicuramente un’entità da cui puoi attenderti un bel po' di cose.

martedì 31 gennaio 2012

Walking the cow – Monsters are easy to draw

Etichetta: White birch records
Genere: folktronica, acid folk

In bilico tra elettronica e acustica, tra atmosfere delicate e ritmi dance i WTC confezionano il loro primo album (dopo l’Ep Gengis Kahn Vs Sarah Cat, Les diks qui sautent 2007) con passione e tanta cura.
Armonie semplici e funzionali, melodie piacevoli, una voce ben dosata, arrangiamenti eleganti e mai sopra le righe compongono un insieme attraente, decisamente pop ma con sonorità  bizzarre.
Le iniziali Summer dress e Ducks & drakes sono brani incredibilmente orecchiabili e ricchi di sonorità accattivanti che riescono a piacere in modo morboso. In Rorschach hands, la title track o la successiva Jesus (buy some porn), viene fuori l’esperienza dei vari musicisti nei più svariati generi stilistici, assorbendo quanto di meglio erano riusciti a produrre con i precedenti progetti (Pentolino’s Orchestra e Mirabilia) trovandosi a loro agio sia con strumenti acustici che, con altrettanta proprietà, con apparecchiature elettroniche.
Una musicalità decisa che non cade nella tentazione d'eccessivi concettualismi, grazie a un approccio certamente pop ma mai banale, indulgendo lievemente in intrecci ambientali e folktronici (Barry, Grandchildren are weird). Genuine astrazioni melodiche, trasalimenti che sembrano sgorgare spontanei, voce ammaliante ed inquieta della chanteuse italo-americana Michelle Davis (alla quale viene lasciata quasi in toto la scrittura dei testi) e raffinati sperimentalismi elettroacustici per un album di gran fascino ed accessibile a molti.
Ed è con Sweetheart che arriviamo alla fine di poco più di trentacinque minuti volati d’un fiato.

www.walkingthecow.it 

giovedì 19 gennaio 2012

Mattia Coletti – The land


Etichetta: BloodySound records, Wallace records, Town Tone
Genere: avant-folk, ritual blues

Ai meno distratti la discografia di questo artista non sarà di certo sfuggita. Io ho dovuto recuperare di corsa dopo il folle innamoramento del suo penultimo disco (Pantagruele, Wallace records e Town Tone, 2008).
Un suono inconfondibile in questo quarto disco solista, che quando lo senti sai che può essere solo il suo, eppure ti accorgi che non è mai uguale a se stesso, come il canto che, quando c’è, è quasi sempre sussurrato. Per questo un album di Mattia Coletti vale sempre almeno un ascolto a priori, per capire se vale anche tanti ascolti ripetuti, o se questi sono necessari per capire cosa i pezzi vogliano dirci.
Quest’ultimo album segue l’umore musicale dei suoi precedenti lavori, con particolari guizzi emozionali, maturità ed equilibrio tra i vari elementi che da sempre affollano i brani di Coletti (inutile segnalarne qualcuno, sono tutti molto belli), ben calibrato nei suoni e nel concept.
The land in sostanza viaggia tra realtà e immaginazione, a mezz’aria tra terra e cielo, concreto e astratto, terre lontane e senza tempo, in un gioco di contrasti e suggestioni.
Un disco metropolitano. Senza il grigiore della metropoli.