sabato 28 ottobre 2017

Rava - Herbert - Guidi @Teatro il Celebrazioni, Bologna jazz festival

Avete presente quel suono del modem a 56k che era un misto di ansia per l’attesa, sorpresa, novità e bollette salate?
Quello che ci metteva una ventina di minuti per caricare un’immagine di una donna di facili costumi dedita a mostrare le sue grazie. Non un video (per quelli c’erano le videocassette), una semplice immagine. Ti ritrovavi lì, nel buio della tua stanza, con questi suonini che tentavi di coprire invano per non farti sgamare, ti guardavi intorno furtivo consapevole della marachella che stavi combinando ed impaziente attendevi il caricamento del dagherrotipo presente nell’internet.
Poco alla volta ti esaltavi per la visione di un primo capezzolo, poi magicamente la seconda sisa (mammella, minna, poppa), fino a scendere sempre più giù fino ad intravedere la regione anatomica di forma triangolare situata in corrispondenza della sinfisi pubica.
E li puntuale arrivava tua madre richiamata dal suono inconfondibile del peccato e del modem, malamente celati, che ti dava uno scappellotto tra capo e collo che ti faceva sbattere la testa contro il monitor, far perdere la connessione e di conseguenza l’immagine positiva ottenuta con particolari apparecchi e processi chimico-fisici della suddetta donna.
Ieri sera sono stato ad un concerto del Bologna jazz festival al Teatro Il Celebrazioni.
La performance di Rava - Herbert - Guidi è stata esattamente un tuffo nel modem a 56k e le sue innumerevoli storie di attesa infinita. Un’attesa sconfinata, fatta di rumori ed improvvisazioni su piano e tromba che davano la sensazione di portare a qualcosa ma che poi si dissolvevano in un nulla di fatto, in rumori campionati a caso e sparati a coprire ogni cosa. Suoni ripetitivi e mal associati al resto della musica che pian piano si facevano più distanti per lasciare il posto ad un manipolatore di suoni sempre più invasivo e inconcludente.
Il concetto dello spettacolo era semplice e interessante: campionare i suoni dei due musicisti, Rava e Guidi, in presa diretta, trasformarli, riassemblarli e riprodurli per creare armonie, atmosfere avvolgenti, motivi affilati, squarci lirici, architetture ritmiche in continua metamorfosi.
Ho passato la prima parte del concerto a tentare di interpretare e comprendere queste architetture ritmiche continuando a ripetere come un mantra sciamanico, da un lato, “non sanno manco loro cosa stanno combinando”, dall’altro ripetendomi “è l’improvvisazione jazzistica, quel processo creativo che consiste nel costruire sul momento delle melodie su una base di accordi prefissata”.
Poi mi sono addormentato.
Quando la signora dietro di me, abbastanza stizzita per aver pagato 35 euro per sta roba, ha urlato “non ho mai sentito un jazz del genere” mi sono destato. Le divagazioni sonore continuavano imperterrite con un timido pianoforte difficilmente percettibile, fraseggi abbastanza ripetitivi, statici, e dei rumoracci a coprire le frequenze acustiche comprese tra quelle della soglia minima e quelle della soglia massima di udibilità.
Risultato percepito: un’accozzaglia di suoni messi lì a caso. 
L'abilità di eseguire delle scale velocissime con grande precisione ha poco valore se le note suonate si incastrano male con gli accordi, scarne di elementi importanti quali pause, accenti, dilatazioni e contrazioni temporali che danno personalità all'improvvisazione.
Alla fine della prima parte i musicisti sono usciti e quasi metà della sala ne ha approfittato per scappare neanche tanto furtivamente. Io, non essendo noto per la mia prontezza di riflessi, son rimasto seduto nel tentativo di comprendere cosa stesse succedendo e perché fossi ancora lì e non ad ascoltare i Crisis o i Dead Kennedys presenti in altri locali della città. Mi sarò imborghesito?
Poco dopo i musicisti sono ricomparsi per un’altra sessione pari pari alla prima. Stesse incursioni pianistiche confuse e timide, una tromba difficile da crittare ed un’elettronica poco incastrata col resto, difficile da codificare. Quando sono usciti per la seconda volta ed hanno acceso le luci ho tirato un sospiro di sollievo e pensato che i litri di birra che di lì a breve mi sarei andato a scolare erano del tutto meritati. Meritatissimi. 
Mi sono guardato intorno ed ho provato un sentimento di vicinanza alle sofferenze altrui, per tutta quella gente che il biglietto, per quella serata, l’aveva pure pagato. 


giovedì 20 aprile 2017

Hayao Miyazaki - Principessa mononoke


Una serie di bestemmioni dall'inizio alla fine. Forse il miglior film del regista giapponese.
Questo breve riassunto vi farà venir voglia di (ri)vedere questo capolavoro che avrebbe reso fiero Germano Mosconi.

4.5 Mosconi su 5

sabato 25 marzo 2017

Tommi e gli onesti cittadini - Mind kontrol ultra

Etichetta: Freak&Chic, Artist first
Genere: punk-rock

Quando uscì Sogni, incubi e...la cosa inutile avevo 15 anni, un adolescente di un piccolo paesino di provincia del sud italia infottato con la rivoluzione, le occupazioni, le barricate, e che pensava che lotta e musica debbano camminare di pari passo.
Già da tempo a Taranto si parlava del disastro ambientale in atto (molto prima dell'esplosione mediatica di questi anni), della strage in atto tra morti sul lavoro, malattie cardiovascolari, tumori e patologie respiratorie dovute anche e soprattutto alle enormi emissioni di PM10 riferibili all'Ilva. Quell'estate prendevo spesso lo scooter e dopo 25km circa arrivavo nella città dei due mari, quando avevo fortuna senza incontrare sbirri e cantando "niente limiti nessuna polizia" con un gran sorriso ebete in faccia. In città mi incontravo con amici e tra na canna e na birra (Raffo ovviamente) si chiacchierava di lavoro e salute, occupazioni e tette; noi così giovani e convinti che fosse nostro compito agitare le acque e far qualcosa, riappropiarci della città, eravamo la resistenza e tutti avevamo il nostro indispensabile ruolo.
Poi c'era la musica, la scena era florida di gruppi locali hardcore e nei dj-set non mancava mai il pogo con In mutande da te, il limone duro su Come piace a me o urlare BASTARDO su Kasellante, e poi c'era la rabbia dei Nabat, il flow degli Assalti frontali: tutti "cattivi maestri" capisaldi della nostra cultura, strumento aggregativo che trovava spazio e casa nei centri sociali.
Insomma, una grande esperienza di crescita umana oltre che politica.
Per un motivo o per un altro ho cambiato diverse città, ascoltato tanta altra roba e arrivato a poco più di trent'anni. Di Tommi e gli onesti cittadini non avevo mai sentito parlare nonostante il primo disco risalga al 2006. Mi sono ritrovato questo Mind kontrol ultra tra le mani, l'ho messo su ad un volume assurdo pregustando il momento in cui i vicini avrebbero battuto con la scopa contro il soffitto per farmi smettere.
Non è successo niente di tutto ciò. Il disco è partito con un anonimo "na na na na" e la batteria non è stata pestata a sangue, il drive ed il tone del distorsone settati sul minimo per delle chitarre al limite del pulito, voce scarna e pop.
Il sound è un misto tra il punk ripulito dei Clash, i quattro/quarti pimpanti ed i ritornelli cantabili dei Buzzcocks ed il rock lirico dei Gang
La mia ragazza dice "rispetto per Tommi, ok?! Sei tu che sei invecchiato (male) e cinico". 
Probabile, ma è comunque un punk rock dove manca la rabbia sboccata, i violenti inni di rivolta stradaiola, l'assalto sonoro. Un disco che probabilmente passerà inosservato ai più ma non per questo disprezzabile.

Vi ringrazio per l'amarcord ragazzi! 


domenica 11 dicembre 2016

Gianni Venturi/Lucien Moreau - Moloch

Etichetta: autoproduzione
Genere: elettronica, industrial, sperimentale 

Un disco che è un richiamo a Metropolis di Fritz Lang nelle sue atmosfere cupe e visionarie, con le sue macchine che mortificano, fagocitano e sopprimono operai/schiavi, ma anche un album che è figlio legittimo della metropoli postmoderna, nella quale costantemente siamo chiamati a lottare.
Nonostante si tratti di un esordio, da ogni traccia emerge chiaramente la maturità artistica di Gianni Venturi (scrittore, poeta, cantante) e Lucien Moreau (compositore, regista, musicista) completamente padroni del proprio sound e molto sicuri dei propri mezzi comunicativi.
Suoni di elettronica pura si mescolano ad arrangiamenti di classica orchestrale, sperimentazione, muri di macchine e sintetizzatori, creando atmosfere apocalittiche che si mescolano ad una voce narrante che diventa parte stessa della sezione ritmica salmodiando stati d’animo, paranoie e ansie della vita.
Un lungo album (16 tracce per 76 minuti circa) dalla doppia anima, una che tenta di volare alta sulle miserie di tutti i giorni (ed in questo duemila c’è veramente da sbizzarrirsi) e l’altra che, nello stesso momento, tenta di fare a polpette qualunque esperienza estetica sempre piegata alla legge del più forte, si tratti di leggi politiche, economiche, sociali o delle più moderne leggi della comunicazione che domandano un sacrificio assai costoso al dio Moloch.
La disinvoltura con la quale Venturi/Moreau trattano aspetti personali di uomini, che potremmo essere noi e molto spesso non lo siamo, che anziché battersi per sopraffare gli altri da questa o quella parte di qualsiasi muro, hanno dedicato la propria vita a sperimentare nuove strade di espressione personale e musicale, non manca di lasciare perplesso l’ascoltatore.
Musiche e storie di scontri di uomini, conflitti giornalieri che ci schiacciano, ci riducono a mera massa inerte e lobotomizzata, lotte contro i potenti che puntualmente vincono e vinceranno, lo fanno ogni giorno.
Ma questa volta non lo faranno forti del nostro silenzio. 

 

martedì 15 novembre 2016

Fulvio Bozzetta - Metabolismo lento

Etichetta: Lademoto records
Genere: jazz, pop, cantautore 

Un giovanissimo Paolo Conte…ah no, mi sa che questo non è l’inizio ideale per questa recensione. 
Ricominciamo. 
Se Paolo Conte fosse vivo…aspè, è ancora vivo?!
Niente da fare. 
Allora, alla giovane età di 67 anni Fulvio Bozzetta sforna questo bellissimo e personalissimo disco d’esordio che sa di giradischi e puntine stridenti, eleganti parti musicali, nonsense e storie di vita che ci conducono, strato su strato, in un viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio.
Basta lasciar scorrere le dodici tracce dell’album per cogliere l’ispirazione felice di Metabolismo lento, un’ironia compositiva sottile (Il diritto e il rovescio, Il diavolo e suor Angelica che mi ha riportato alla mente la bellissima La mela di Odessa dei sempreverdi e mai troppo osannati Area, con le dovute differenze però), ritmi gustosi e vivaci (Canzone per me, Bella pesciolina, Cazzi vostri), suoni e melodie di sempre conditi da sapori inediti (Claudine).
Un ottimo esordio. Speriamo non attenda altri 67 anni per un altro disco.

sabato 29 ottobre 2016

Julian Mente - Non c'è proprio niente da ridere

Etichetta: autoprodotto
Genere: post hardcore

Con il loro terzo album il quartetto umbro formato da Diego Fratini (voce), Michelangelo Capodimonti (chitarra), Alessio Aristei (basso) e Mattia Desantis (batteria) ci soffia in faccia una ventata schizofrenica di distorsioni spinte.
Un album sulla paura e sulla vergogna, elegante e visionario, che s'ispira ugualmente agli Hüsker Dü ed ai Fine before you came, che scava nella memoria e riporta in superficie tutte le insicurezze e le paranoie umane.
L'album si apre col ritmo semplice, duro ed efficace di Mentre lei dorme e si conclude con il delirio lisergico di Ottomila. In mezzo c'è tutto un mondo di urla e distorsioni, stratificazioni di chitarre, sonorità accattivanti che riescono a piacere in modo morboso sorrette da una batteria pronta ad esplodere e decollare. 
Roba che gli amanti del genere di certo apprezzeranno.