Avete presente quel suono del modem a 56k
che era un misto di ansia per l’attesa, sorpresa, novità e bollette salate?
Quello che ci metteva una ventina di
minuti per caricare un’immagine di una donna di facili costumi dedita a
mostrare le sue grazie. Non un video (per quelli c’erano le videocassette), una
semplice immagine. Ti ritrovavi lì, nel buio della tua stanza, con questi
suonini che tentavi di coprire invano per non farti sgamare, ti guardavi
intorno furtivo consapevole della marachella che stavi combinando ed impaziente
attendevi il caricamento del dagherrotipo presente nell’internet.
Poco alla volta ti esaltavi per la visione
di un primo capezzolo, poi magicamente la seconda sisa (mammella, minna, poppa),
fino a scendere sempre più giù fino ad intravedere la regione anatomica di
forma triangolare situata in corrispondenza della sinfisi pubica.
E li puntuale arrivava tua madre
richiamata dal suono inconfondibile del peccato e del modem, malamente celati,
che ti dava uno scappellotto tra capo e collo che ti faceva sbattere la testa
contro il monitor, far perdere la connessione e di conseguenza l’immagine
positiva ottenuta con particolari apparecchi e processi chimico-fisici della
suddetta donna.
Ieri sera sono stato ad un concerto del Bologna jazz festival al Teatro Il Celebrazioni.
La performance di Rava - Herbert - Guidi è stata esattamente un tuffo nel modem a 56k
e le sue innumerevoli storie di attesa infinita. Un’attesa sconfinata, fatta di
rumori ed improvvisazioni su piano e tromba che davano la sensazione di portare
a qualcosa ma che poi si dissolvevano in un nulla di fatto, in rumori
campionati a caso e sparati a coprire ogni cosa. Suoni ripetitivi e mal
associati al resto della musica che pian piano si facevano più distanti per
lasciare il posto ad un manipolatore di suoni sempre più invasivo e
inconcludente.
Il concetto dello spettacolo era semplice
e interessante: campionare i suoni dei due musicisti, Rava e Guidi, in presa diretta,
trasformarli, riassemblarli e riprodurli per creare armonie, atmosfere
avvolgenti, motivi affilati, squarci lirici, architetture ritmiche in continua
metamorfosi.
Ho passato la prima parte del concerto a
tentare di interpretare e comprendere queste architetture ritmiche continuando
a ripetere come un mantra sciamanico, da un lato, “non sanno manco loro cosa
stanno combinando”, dall’altro ripetendomi “è l’improvvisazione jazzistica,
quel processo creativo che consiste nel costruire sul momento delle melodie su
una base di accordi prefissata”.
Poi mi sono addormentato.
Quando la signora dietro di me, abbastanza
stizzita per aver pagato 35 euro per sta roba, ha urlato “non ho mai sentito un
jazz del genere” mi sono destato. Le divagazioni sonore continuavano
imperterrite con un timido pianoforte difficilmente percettibile, fraseggi
abbastanza ripetitivi, statici, e dei rumoracci a coprire le frequenze
acustiche comprese tra quelle della soglia minima e quelle della soglia massima
di udibilità.
Risultato percepito: un’accozzaglia di
suoni messi lì a caso.
L'abilità di eseguire delle scale velocissime con grande
precisione ha poco valore se le note suonate si incastrano male con gli
accordi, scarne di elementi importanti quali pause, accenti, dilatazioni e
contrazioni temporali che danno personalità all'improvvisazione.
Alla fine della prima parte i musicisti
sono usciti e quasi metà della sala ne ha approfittato per scappare neanche
tanto furtivamente. Io, non essendo noto per la mia prontezza di riflessi, son
rimasto seduto nel tentativo di comprendere cosa stesse succedendo e perché
fossi ancora lì e non ad ascoltare i Crisis o i Dead Kennedys presenti in altri
locali della città. Mi sarò imborghesito?
Poco dopo i musicisti sono ricomparsi per
un’altra sessione pari pari alla prima. Stesse incursioni pianistiche confuse e
timide, una tromba difficile da crittare ed un’elettronica poco incastrata
col resto, difficile da codificare. Quando sono usciti per la seconda volta ed
hanno acceso le luci ho tirato un sospiro di sollievo e pensato che i litri di
birra che di lì a breve mi sarei andato a scolare erano del tutto meritati.
Meritatissimi.
Mi sono guardato intorno ed ho provato un sentimento
di vicinanza alle sofferenze altrui, per tutta quella gente che il biglietto,
per quella serata, l’aveva pure pagato.
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